sabato 21 aprile 2018

"Sei già in vacanza e adesso lo sai" - prima notte brava a Rimini targata Top Club Show Dinner by Frontemare

Dopo due settimane divise fra pulizie, riordinamenti domestici, ricerche su internet, lavorini al pc, spesa nei vari supermercati e capatine all'House of Rock, ieri la mia prima "notte brava" targata Rimini: la serata Future Show al Top Club Show Dinner by Frontemare, sul viale Regina Margherita - wow, wow, wow!!!



Battesimo di fuoco nella zona calda della capitale romagnola quindi, assieme a Davide e a due suoi colleghi. Ma soprattutto una lezione di vita su un altro mondo che spesso si sente nominare o citare nei film ma che esiste davvero e che voglio conoscere sempre più e rendere parte della mia vita, specie adesso che abito qui.

Perché Rimini è questa: una realtà urbana dai tanti volti, "dal multiforme ingegno" tanto per scomodare una definizione omeriana, che per pigrizia e comodità si possono riassumere in due, 1) quello "canonico" di città d'arte e ricchezza varia e 2) quello di terra di divertimenti formato XXL dove i numeri parlano chiaro: 15 km di coste attrezzate con circa 1000 alberghi di ogni categoria - un terzo aperto tutto l'anno - e oltre 15 milioni di pernottamenti nel corso di un anno solare (dati del 2016) alias un milione a km alias 83mila pernottamenti al mese per km.
Tutto è in proporzione, in un'orchestra turistico-commerciale estremamente variegata: ristoranti, bar, pub, discoteche, sale da ballo, piadinerie, pizzerie, chioschi, negozi, negozietti, supermercati, parrucchieri, farmacie, palestre, attrazioni, giochi, sale da giochi, noleggi di piccoli mezzi di trasporto come anche lavoratori stagionali sia autoctoni che esterni e non ultimi venditori abusivi, prostitute, borseggiatori, spacciatori.
E percorrere in auto il boulevard del mare da Piazzale Arturo Toscanini verso sud e vedere questa umanità è stata la prima lezione/ripasso di vita locale, emozionante e ammaliante.


---------- DUE DEJAVU' E UN PENSIERO REATTIVO --------
Parcheggiando in una stradina parallela al viale Regina Margherita ho avuto due dejavù spagnoli di una decina di anni fa, d'altronde un po' ansiosa lo sono. Uno è stato Benidorm quando, lasciando la zona calda per tornare alla macchina e al nostro alloggio ad Javea, abbiamo riattraversato le retrovie dei mega alberghi, bestioni anche di quaranta piani, finché accanto a stracolmi bidoni dell'immondizia abbiamo visto una zingara addormentatasi sul gradino del marciapiede con addosso un bimbo di neanche un anno e con una coppia senior di turisti nordici che sembrava volerglielo portare via e brontolarcela.
L'altro è stato il giovane "buttadentro" indigeno di un pub a Lloret de Mar, che ci diceva che col giusto atteggiamento mentale si poteva anche vivere dodici mesi l'anno in un posto dal turismo movimentato come quello, in un viaggio che mi aveva visto dalle stalle alle stelle: la prima sera l'ultima e pure inconsapevole sbornia della mia vita e l'ultimo giorno l'ancor più memorabile capatina a Figueres, città natale di Salvador Dalì.




Ok, un ricordo negativo ed uno più positivo. Ma iersera come adesso e ogni giorno della mia vita, la giocata è mia: sta a me plasmare la mia quotidianità, mentalmente e materialmente. Avanti tutta quindi, senza perdersi in paure.


Seconda lezione/ripasso, la clientela del Top Club Show Dinner by Frontemare.
Come gli alberghi, i turisti, gli avventori e gli "illeciti" sono di ogni fascia economica ma in questo ristorante dancing si parla di un target medio/alto e sicuramente amante del lusso, apparente o di sostanza che sia. Esemplare la presenza femminile: un fiume di ragazzine, giovani e signore mature, già ben abbronzate, con vestitini aderenti, scollature, spacchi, tacchi 12, super makeup e parrucchi, pochettine e borsette griffate e arie disinvolte di chi ha passato parecchie estati in Romagna e qui si sente come a casa pur abitando altrove, danzanti, ammiccanti e sorridenti tipo l'inizio de "La grande bellezza". Proprio un formicaio umano che, finito di cenare, si alza, inizia a sgambettare e si prepara alle danze girando e girando per il locale... quante spallate ho incassato!
Dopo i primi minuti in cui i miei pantaloni di Primark e le mie simil converse cinesazze mi avevano fatto sentire una Cenerentola ripulita, è stato sempre più allietante e comico vedere così tante bellezze di decine di nazionalità...e soprattutto notare le facce degli uomini di fronte a certi combo balconcino+ginocchio in vista!

Terza lezione, l'agilità oltre alla grande professionalità dei camerieri: non avevo mai visto portar via interi tavoli da otto ancora da sparecchiare, con sopra decine di calici e bottiglie, come anche file di poltroncine, per far posto per ballare!! Perché al polo opposto dei turisti, ma perfettamente collegati, voglio ricordare che ci sono i "lavoratori", che siano appunto camerieri, lavapiatti, vocalist, dj, commessi o facchini, grande silente macchina organizzativa con ingranaggi tanto funzionanti quanto invisibili.

La "bravezza" della mia nottata non è stata certo come il mio debutto a Lloret de Mar o "Una notte da leoni", affatto! Si è limitata al posto, alla seconda tappa (alle tre hamburger e patatine al Rose and Crown, il primo pub italiano - uno dei tanti primati di Rimini) e all'aver spento la lucina sul mio comodino alle quattro inoltrate, come non mi capitava da tempo: una Lemonsoda, due sorsi di birra e l'irrinunciabile ballettio in sala fra musiche e nebbie anni '90 e lo slogan del vocalist "Sei già in vacanza e adesso lo sai" erano il giusto minimo sindacale come inizio, ma che bello tutto questo, come uscire e vedere "il cielo stellato" riminese "sopra di me", con la spiaggia ancora da attrezzare e il brulichio della fauna umana, che crescerà sempre di più weekend dopo weekend! 

mercoledì 18 aprile 2018

Goldie Hawn, battute, maratona di Boston, Yuki Kawauchi

A diciott'anni mi piaceva molto l'attrice Goldie Hawn, protagonista di tante commedie deliziose e non prive di una sana semplice intelligenza. Celebre "Una coppia alla deriva" dove interpreta una milionaria che perde la memoria e viene ingannata da un falegname proletario che la fa credere sua moglie e madre dei suoi quattro figli. Quante risate ho fatto fare a mia madre ripetendo la battuta dove il putato marito  le fa vedere alcuni "vecchi abiti": "Ero più bassa e più grassa??".

Ma le risate più fragorose, mia mami ed io, ce le siamo fatte anche di recente ripetendo una frase che Goldie pronuncia in "Una bionda per i Wildcats". Lei è Molly, che vuol allenare una squadra di football e si troverà a dover addomesticare prima e poi allenare fino ad una bella vittoria la squadra collegiale dei Wildcats - con dei giovanissimi Woody Harrelson e Wesley Snipes, mi pare al loro esordio. Molly fa inizialmente fatica a farsi ascoltare dai baldi giovanotti tutti orgoglio e testosterone e allora li sfida a vedere chi resiste di più correndo al campino degli allenamenti; ad uno ad uno li fa fuori tutti e all'ultimo ragazzo, ormai collassante, sibila con piglio da maestrina: "Te l'ho mai detto che ho vinto la maratona di Boston?... Due volte!". 

                                  

Non per le suffragette della maratona femminile fra fine anni '60 e primi '70, non per il colpaccio del faticatore Gelindo Bordin a due anni dall'oro olimpico, io sapevo dell'esistenza della maratona di Boston grazie ad un film pressoché sconosciuto con Goldie Hawn!
Ma sono stata fra coloro che cinque anni fa hanno lagrimato per l'assurda rabbia omicida dei terroristi che infangarono l'annata del 2013 con morti e tanti tanti feriti.

"Ho vinto la maratona di Boston" insomma è per me un inno all'effetto sorpresa, ovvero quando un outsider da sempre sottovalutato trova finalmente spazio e tempo per far vedere che ha carattere, talento e bravura. Effetto sorpresa che si è incarnato nell'edizione 2018 della 42 km bostoniana col successo del giapponese Yuki Kawauchi, lo statale volante che ho imparato a conoscere dalla pagina facebook "La gang degli atleti disagiati", e che sembra proporsi a me, che ho ripreso a correre la settimana scorsa dopo chissà quanto, come una spintarella mentale, un messaggio subliminale: dare qualcosa in più, anche per soli 5 km, senza accontentarsi della sgambatina indolore e non aver paura a soffrire e alzare l'asticella dei miei limiti.

martedì 10 aprile 2018

Il pezzo mancante dai cento epiteti

Dopo un bel po' di tempo, di situazioni e autostrada, ho preso possesso del pezzo mancante nel puzzle della mia vita, che è una città, la mia nuova città.



Chiamatela come vi pare: capitale della riviera romagnola, Lloret de Mar adriatica, urbe malatestiana, culla di Fellini, regno del fit/wellness, sito archeostorico artistico, luogo di perdizione.
Per me è la nuova città che mi sta dando un tetto dopo la mia natale, quella universitaria e il paesino del Piemonte orientale dove ho fatto le prime prove di convivenza, ben superate, è il cosmo, la location, la piattaforma, il proemio, la strofa, il palcoscenico, la quinta, lo stadio, la pista, la strada, la tacca, il punto, il respiro da cui riprenderò/sto riprendendo appunto la mia vita in coppia con Davide, cercherò/sto cercando un lavoro a tempo pieno, rifarò/sto rifacendo molto più e meglio di quello che facevo a casa dei miei genitori dove appunto - inevitabilmente e per tutta una serie di motivi - ero più una figlia forse troppo conciliante che una persona adulta e vaccinata che agisce almeno al 60% con la sua testa.

Prima la scrittura e il canto erano le mie terapie per allontanare certi stress. Adesso, almeno per questi primi giorni, mi basta contemplare il mio battito cardiaco.

mercoledì 21 marzo 2018

Come carne da macello - dal medico sportivo

Nella sala d'aspetto sono la più matura e forse l'unica non agonista.
Entro in uno studio meno asettico e più attrezzato di quanto avrei saputo immaginare, io che a fatica sono stata dal dentista e dal ginecologo.
Il dottore è sui sessant'anni, asciutto, anonimo, sembra inc@zzato col resto del mondo chissà perché; voce severa e fredda da automa, modi sbrigativi. Se penso che ha visitato le amichette di asilo di mia nipote, rabbrividisco.
Fra le domande di rito anche altezza e peso. Il mio non ricordare con rapidità la data della mia ultima mestruazione sembra farlo invelenire ancor di più.

"A volte sento un pigiore allo sterno, che dura 3-4 secondi, magari mi sa dire qualcosa..."
"Questo è un esame a riposo, non sotto sforzo..."

Tolte felpina e canotta, con un reggiseno non imbottito a coprire la mia "prima" mi sdraio sul lettino, l'assistente donna mi spalma il gel, mi mette i morsetti per fare l'elettrocardiogramma e mi guarda con aria stranita quando le dico, dopo la misurazione della pressione, che per me 70 di minima è insolitamente alta. Forse sono io che parlo troppo?
Esito favorevole, ultime scartoffie.
Dubito siano passati in tutto più di dieci minuti, di cui almeno tre per anagrafica e convalida.

"...comunque facendo fitness non mi è capitato di sentire quel fastidio..." è il mio ultimo ingenuo tentativo di strappare qualcosa in più a colui che ha visionato i miei dati anagrafici e visto come appaio in costume da bagno almeno dalla vita in su... e che dimenticherà tutto entro un quarto d'ora. Lui blatera qualcosa con appena un pizzico di umanità, io gli dico che vorrei partecipare ad una corsa di 10 km da percorrere entro un'ora e mezza ma che certo non sosterrò ritmi faticosi - come per dire ok, mi arrangio. Lui sembra scettico ma ormai sono completamente rivestita ed è arrivato il tempo di lasciare il posto ad un altro animale da carne paziente.

Pure questo è più umano di quel cerbero inacidito!
                                 
Esco col mio foglio in mano, pago facendomi fare la ricevuta da portare alla commercialista.
Ora in totale è passato un quarto d'ora, non ho più 40 euro ma ho un cosiddetto certificato e purtroppo anche gli stessi dubbi di prima.

Credevo che mi avrebbe fatto test isocinetici ed ergometrici, d'altronde cosa ci faceva lì quella cyclette?, o magari l'analisi dell'appoggio plantare, ma mi sarebbe bastato salire almeno su quella bella bilancia per stabilire con esattezza quanto pesassi piuttosto che riferire il responso della mia ultima pesata casalinga.

E come al solito mi sono fatta intimidire dall'atteggiamento di chiusura di chi mi sta davanti, senza grandi opposizioni.
Mi tocca fare in un altro modo. Tutto questo solo per poter correre senza timore di avere qualche problematica.

mercoledì 14 marzo 2018

Sheldon Cooper e Lisa Simpson in lutto: goodbye prof. Hawking

Apprendo della scomparsa del fisico statunitense Stephen Hawking, avvenuta poche ore fa, e penso soprattutto alle tre cose che l'hanno reso famoso nel resto del mondo. Per prima, la sua terribile malattia degenerativa negli anni '90 ai tempi del suo primo bestseller "Dal Big Bang ai buchi neri", più recentemente due personaggi di due famose serie TV, di cui una a cartoni animati ovvero "I Simpson", mentre l'altra è "Big Bang Theory".

In queste due serie, Lisa Simpson e Sheldon Cooper entrano in contatto con Hawking dando vita a gag simpatiche e impensabili, ma se Lisa è in perfetta armonia col professore, che appare durante una (sola?) puntata con in evidenza il circolo dei cervelloni di Springfield, Sheldon lo contatta più volte telefonicamente, lo adula, lo sfida a giochi sul web, ci litiga, lo cita sardonicamente trattandolo quasi come suo inferiore nella sua tipica deformazione mentale di asociale. Più rispettosa e devota la giovane Simpson, da ammiratore a disturbatore il trentenne Cooper. In entrambi i casi il risultato è spassoso e penso che il primo ad averci ridacchiato, a modo suo, sarà stato lo stesso Stephen.

Condoglianze quindi alla famiglia Hawking per la perdita del loro parente appena 76enne ma anche a Lisa e Sheldon, che gli hanno ridato nuova fama agli occhi delle generazioni Under 30, non molto diversamente di quanto ha fatto la trilogia di film "Una notte da leoni" con il pugile Mike Tyson.
E a proposito di lungometraggi, buono anche il contributo di "La teoria del tutto", dove un impressionante Eddie Redmaine ha impersonato proprio il professore, ricevendo numerosi premi per un'interpretazione intensa e suggestiva.

lunedì 12 marzo 2018

Sarri "non" sfancula la giornalista carina e mi fa appassire la mimosa

Basta poco, nella difficile ed infinita lotta delle donne verso una sorta di parità con gli uomini, per far passi indietro, anche solo simbolici, come ad esempio dopo questo episodio, riguardante una risposta del tecnico del Napoli Maurizio Sarri ad una giornalista.
Donne e uomini non saranno mai uguali fisicamente, quindi certe professioni più impegnative a livello di muscoli saranno prerogativa maschile, ma almeno nei mestieri "di testa" sarebbe bello, moderno e sensato iniziare a trattarci tutti sullo stesso piano. Uso il condizionale perché è una cosa tutt'altro che semplice e i pregiudizi e le antipatie sessiste in alcuni settori, come quello del calcio, sono fortissimi.
Nessun complimento a Maurizio Sarri per la scarsa originalità della sua frase "siccome sei una donna e sei carina, non ti mando aff4nculo", tirata fuori solo perché si era sentito chiedere se lo scudetto fosse compromesso dopo lo 0-0 di iersera. Frase arrivata nel dopo partita e a caldo, lui poi si è scusato come ha raccontato la giornalista campana, ok ok ok, ma quanti di voi come me sono convinti che davanti ad un cronista di genere maschile non avrebbe pensato affatto ad impedimenti estetici e pseudo etici per un ipotetico sfanculamento?

Che poi, analizziamo questa barbarie di frase. Prima di tutto chi cacchio è Sarri per arrogarsi il diritto di mandare da qualche parte, aff4anculo poi, una persona che sta svolgendo il suo lavoro, fra l'altro delicato?
E poi scusate, cosa c'entra se quella è carina, bella, brutta o roito? Ma Sarri è davvero così cavernicolo da farsi condizionare dall'aspetto fisico? E durante un'intervista? E alla sua età poi: non ha mica vent'anni e gli ormoni a gallina!
E poi, cosa cacchio vuol dire "siccome sei donna...", perché, una donna non può essere mandata a quel paese? Aveva paura di sciuparla, forse? Forse si, ma evidentemente ha preferito umiliarla, ghettizzarla e condizionarla nel normale svolgimento della professione, e alla fine tanto valeva un gaio e più onesto "v4ffa" - ma anche un semplice silenzio stampa, no?
E poi che ne sa Sarri di cosa è una donna, visto che ha voluto arrogarsi il diritto di usare questo epiteto, se l'ha inquadrata e trattata da femmina inferiore da sottomettere indirettamente con finta cavalleria? O il suddetto appellativo era tanto per rincarare la dose di veleno? Eddai Mauri', la prossima volta collega il cervello se proprio non ce la fai a startene zittino.

Un ironico, anzi sarcastico e amaro grazie a Sarri per aver spolverato una delle frasi del kit perfetto del retrogrado sessista ma soprattutto, nella domenica a chiusura del weekend dopo l'8 marzo caduto di giovedì, per aver vanificato in un sol colpo tutti i bei pensierini, le frasi affettuose, le dediche accorate e le mimose donate, facendo appassire tutto quanto.

lunedì 5 marzo 2018

Agli Oscar 2018 hanno vinto le facce da schiaffi

Quest'anno ho provato a ripetere la maratona della notte degli Oscar come feci due anni fa, quando Ennio Morricone e Leonardo di Caprio vennero encomiati con merito alla sesta nomination.

Stavolta però sono arrivata alle due di notte cotta al limone e mi sono addormentata per risvegliarmi miracolosamente alle quattro, in tempo per le statuette più importanti... ma non prima di aver appurato indagando sull'ipad che una vera e propria faccia da schiaffi si era aggiudicata l'Oscar come miglior attore non protagonista: Sam Rockwell. Bruttino, naso non azzeccato, ma sguardo magnetico e allure da cattivo che rimane impresso in positivo e in negativo, dopo un decennio di film è stato l'intramontabile Wild Bill assassino pedofilo supercattivo ne "Il miglio verde", ma anche l'astronauta dai tanti cloni nella pellicola indipendente "Moon". Non aggiungo altro (se non che fuori dal set Sam è quasi affascinante!!) anche perché non sarei sincera: non ho visto altri suoi film.

Dalle 4 dicevo, inizio a gustarmi l'assegnazione delle statuette partendo da quella del cortometraggio, dopo il monologo delle due attrici nere che hanno chiesto simpaticamente a Meryl Streep se potevano essere sue figlie anche per un solo giorno. 
Poi ho gioito per Luca Guadagnino che ha assistito soddisfatto alla consegna del premio per la migliore sceneggiatura non originale al mitico James Ivory (quante volte ho sospirato guardando l'adorato "Camera con vista"!!!) per il suo "Chiamami col tuo nome" - e il fatto che abbia azzeccato il pronostico dell'antiviglia dicendo che il film italiano avrebbe portato via almeno un Oscar è passato subito in secondo piano.

Si arriva al miglior attore protagonista e lo scozzo è durissimo più che per il non protagonista ma una Streep quasi frettolosa ha pronunciato con eccessiva rapidità il nome del trionfatore, ovvero la faccia da schiaffi numero due della serata Gary Oldman. Altro attore che mi piace molto, sia ben chiaro, ma che a ben guardare ha fatto tanti ruoli, soprattutto da giovane, con un cipiglio "un po' così" e non sempre "buoni". Chi ricorda "Sid e Nancy"? Il suo conte Vlad spiritato nel "Dracula" di Coppola? Il suo Beethoven inc@zzato a morte col mondo in "Amata immortale"? E in "Leon", chi ha provato odio puro assieme a me per il suo personaggio del poliziotto corrotto e mezzo tossico che sniffa e poi sibila "Adoro questi brevi momenti di quiete prima della tempesta", che poi ammazza il protagonista lasciandoci lì affranti? E anche il cattivo de "Il quinto elemento", seppure in veste fantascientifica, non è da prendere a sberle? Poi c'è stato il periodo dei Batman e degli Harry Potter, un altro ruolo da cattivo in "Codice Genesi" e la prima nomination per "La talpa". E come ha sottolineato lo stesso Gary, oltre vent'anni di lavoro per arrivare a questo punto, ma ne è valsa la pena.

Pochi minuti dopo ed è stato il turno di Frances McDormand, anche lei adorabile e così antidiva, anti red carpet, antiestetica con un vestito ed un capello che erano anche peggiori di quelli mostrati orgogliosamente ai Bafta - ma d'altronde quando si ha ancor più carattere che bellezza e non essendo affatto brutte, oltre che sposate con un cervellone come Joel Coen, ci si può permettere di tutto, anche di essere più grottesche dal vivo che in pellicola! E il suo discorso di ringraziamento elettrizzato, in cui prima ha incespicato e poi ha iperventilato, parlato a raffica, smanacciato, gesticolato, incalzato la folla e infine manifestato commozione - pur essendo alla seconda statuetta - è stato la scossa ad una serata fin troppo tranquilla, al limite del mesto.

W le facce da schiaffi quindi, quando sono così brave a raccontare storie che rimangono nell'anima e nel cuore anche dopo decenni!