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lunedì 14 ottobre 2019

WatchMojo Italia, su Joaquin Phoenix potevi fare di meglio

La partecipazione al film "Joker" di Joaquin Phoenix, più tutto il successo e gli elogi ricevuti a Venezia, è stata per giorni in vetta alle cronache cinematografiche. La biografia del suddetto attore è passato. Quindi, se lo si riesuma nel presente e lo si cerca di ricostruire, sarebbe opportuno farlo con un minimo di metodo, indipendentemente dall'intonazione usata.

Un atteggiamento ben diverso mi è saltato a occhi e orecchie vedendo il video su YouTube di WatchMojo Italia che appunto ha recentemente parlato della vita di colui che molti definiscono l'attore del momento in maniera a tratti erronea e un po' troppo leggera, facendo leva su "follia" e traumi familiari spiattellandoli un po' a casaccio.
Intanto non si ricostruisce una biografia a salti e balzoni. Invece WM I, dopo aver scherzato sulla difficoltà a pronunciare il nome di Joaquin, inizia a parlarne dell'infanzia, accenna alla sua adolescenza, compie un ardito salto temporale di quindici anni per affrontare l'argomento dipendenze in riferimento al film "Walk the line" e poi-poi-poi parla "finalmente", come per dare equilibrio a tutto, della più grande tragedia della vita di Phoenix: la morte del fratello River. Nel filmato viene esaltata la bravura dell'attore, ok, si accenna a tante sue belle interpretazioni anche di film che non ho visto ma no!, una biografia così delicata non la si può riassumere a questo modo sbrigativo, per quanto in buonafede, dal momento che di cose da dire ce ne sarebbero parecchie.

Forse per me è facile bacchettare questo youtuber  perché Joaquin Phoenix non l'ho scoperto con "Joker", anzi, lo conosco, attraverso suo fratello River, da quando si faceva chiamare Leaf - quante volte ho visto il film "Parenti, amici e tanti guai", dove recitavano anche Martha Plimpton e Keanu Reeves, rispettivamente fra le ultime fidanzate e il miglior amico proprio di River.
Non credo che al posto di WatchMojo Italia avrei fatto chissà quale bel video sull'argomento, ma almeno un paio di approfondimenti doverosi si. Eccoli.


Dopo quel tragico autunno del 1993, in cui accadde il fatto terribile di cui ho parlato in due post commemorativi, uno del 2013 e uno del 2018, Joaquin si allontanò dal circuito hollywoodiano per l'insensibilità mostrata da stampa e sistema e vi ritornò con il film "To die for - da morire" del regista Guus Van Sant, che aveva diretto River nel suo capolavoro "Belli e dannati" dove figurava anche Keanu, oltre a "Cowgirl - il nuovo sesso" dove invece era stata la sorella Rain ad avere una parte. Insomma, Joaquin aveva sì ripreso a recitare ma solo sotto l'ala di un regista d'autore, fidato e che era quasi un amico di famiglia. 

Seguono vari ruoli fino a quello di Commodo ne "Il Gladiatore", che ha dilatato la sua fama, sdoganato la sua bravura e assegnatogli una nomination agli Oscar. Cinque anni dopo, in concorso come miglior attore protagonista per "Walk the line" alla pari di Hearth Ledger in "Brokeback Mountain", Joaquin viene "battuto" da Philippe Seymour Hoffman in "Capote"(da notare che questi ultimi due attori sono morti per cause non troppo diverse da quella di River).
Sempre a proposito del film "Walk the line", dedicato alla vita del cantante country Johnny Cash, qui WM I doveva andare un pelino più a fondo e non alludere solo al fatto che Joaquin in quel periodo aveva avuto problemi con droghe e alcol, ma almeno accennare ad un perché: Cash bambino infatti aveva visto morire l'amato fratello maggiore e ne aveva sofferto moltissimo addossandosene anche la colpa, non molto differentemente da Phoenix, che chissà con quanti flashback avrà avuto a che fare durante le riprese.

Tutto qui, non sono una fan scatenata di Joaquin Phoenix e quindi non sono informatissima sulla sua vita, come sto evitando di lasciare commenti come se puff!, all'improvviso fosse uno dei miei attori preferiti solo perché appunto media e social ne stanno parlando tutti. Però, come sono solita dire, a ciascuno il suo, quindi ben vengano le sviolinate last second e i clickbait su questo attore ma no, non le superficialità.

lunedì 15 aprile 2019

Il cinema è arrivato secondo anche stavolta, vincono i mutilati consenzienti di Palermo

Stamani, in cronaca.

Niente male direi. La realtà supera quasi sempre la fantasia di cinema e televisione, già lo sapevo e lo avevo detto anche usando come termine di paragone il pacchiano "Beautiful".

Questo episodio di truffe, soldi e mutilazioni consenzienti mi ha richiamato il film "Pietà" del mio amore coreano Kim Ki-Duk, col quale riprese a scioccare il mondo, dopo la per così dire tregua dell'autobiografico docufilm "Arirang". 
"Pietà" vinse a Venezia il Leone d'Oro come miglior pellicola nel 2012. Protagonista della storia lo scagnozzo di un usuraio che mutila sventurati debitori per saldarne i conti: una volontarietà estorta quindi quella dei mutilati, deturpati nel corpo, nell'anima e nella dignità anche se liberi dalle grinfie del debito... e anche il finale è molto più "umano" e "giusto" della realtà. Fra tempi e paradossi della giustizia italiana, non è improbabile che molti dei 42 fermi si dissolvano in bolle di sapone o in soluzioni di compromesso per poi continuare come se nulla fosse. Invece nell'opera di KKD, violenta e spietata più che mai, allo spaccaossa andrà a finire decisamente male.

giovedì 7 marzo 2019

Stanley Kubrick RIP 1999-2019




Oggi 7 marzo altra giornata di memoria cinematografica luttuosa - non che me ne andrò al cimitero con magone e lagrime a fotografare una tomba, come feci per Federico Fellini lo scorso 31 ottobre, no...però....

Vent'anni fa se ne è andato Stanley Kubrick, noto regista, sceneggiatore e produttore ma anche fotografo, montatore, scrittore e creatore di effetti speciali, ruolo in cui vinse il suo unico premio Oscar.

Già un lustro fa gli ho dedicato questo post, di cui mi sono ricordata quasi a metà di questo, ma ho preferito non rileggerlo e andare avanti a scrivere. Se ci saranno ripetizioni quindi, non potrò che scusarmi appellandomi all'amore e alla smania di parlare liberamente di lui e delle sue pellicole

Kubrick, lo sappiamo tutti, era un autore con una preferenza per il genere bellico ma straordinariamente versatile - più o meno come il primo Steven Spielberg - e grande visionario, avanguardista, controcorrente, polemico, tagliente, intenso, ironico, che parlasse di tecnologia o di sentimenti umani, di donne o di soldati.

Ha dato vita a diversi titoli, sempre più diradatisi col passare degli anni, in gran parte diventati pilastri della storia del cinema per la loro eccezionale qualità narrativa, da "2001 - Odissea nello spazio" (basilare anche per certe innovazioni in materia di tecnica di regia) a "Il dottor Stranamore", da "Spartacus" a "Full Metal Jacket", sui quali si potrebbero mettere giù fiumi di inchiostro e magari avere ancora qualcosa da annotare.


Fra i suoi film più famosi e controversi, amati-odiati e citati direi "Arancia meccanica", allora seconda pellicola nella storia del cinema vietata ai minori ad essere stata candidata come miglior film dall'Academy - non molto dopo "Un uomo da marciapiede"...che però la statuetta se la portò a casa.


Notevoli il perfezionismo di Kubrick, che lo spingeva a ripetere anche sessanta volte una stessa scena ("In realtà filmo anche le prove") pur di dar vita alla sua visione, come il suo bisogno di controllare completamente tutta la fase di produzione di un film, non senza grandi interventi nelle stesure delle sceneggiature, che lo portavano a distaccarsi fortemente dai romanzi da cui attingeva, testi di Nabokov e King inclusi.

Singolare la sua capacità di impreziosire e rendere noti dettagli che all'interno delle sue storie diventavano quasi essenziali: pensiamo alle colonne sonore, con prestiti dalla musica classica (dal valzer di Strauss alla Nona di Beethoven, fino alla Suite n. 4 di Haendel) a quella moderna (il country, il garage rock, l'inno dei Marines e molto altro in "Full Metal Jacket", il rockabilly "Baby did a bad bad thing" in "Eyes Wide Shut", le ballate anni '20 in "Shining"); pensiamo ai quadri e alle sculture in "Arancia Meccanica", fra cui comparivano anche alcune opere della di lui moglie, pittrice; pensiamo al triciclo in "Shining" o anche semplicemente alla canottiera easy indossata da Nicole Kidman in "Eyes Wide Shut".

Film spesso e volentieri rock-e-shock quelli di Kubrick, non facili da vedere e ancor più complicati da capire anche solo per la "lentezza", lunghezza e verbosità di molte scene, anche quando aperti a più significati. Scandalosi, arditi, pesanti, pensanti, con la censura e la critica a mettere paletti a volte anche comprensibilmente.

In molte storie spiccava la sua tendenza a dare spazio ai (super) "cattivi" e alla cattiveria, protagonisti in "2001 - Odissea nello spazio", "Arancia Meccanica" o "Shining". Anzi - l'ho detto in più di un momento in questo spazio virtuale - Stanley preferiva quasi i cattivi ai buoni perché davano più spessore alle sceneggiature e perché fondamentalmente credeva nella natura malvagia del genere umano: "Non dobbiamo stupirci quando viene fatto qualcosa di brutto ma al contrario quando viene fatto qualcosa di bello".

Ritornando al concetto di shock potrei definirlo "biunivoco", che non si limitava a schiaffeggiare lo spettatore fra scene di violenza, amori proibiti, menti malate o relazioni tossiche, ma anche gli attori stessi che hanno interpretato alcuni ruoli scomodi. 
Malcolm McDowell pagò con un ostracismo non frequente nella storia della cinematografia l'interpretazione politicamente scorretta del drugo Alex, mentre Shelley Duvall ci rimise addirittura la salute mentale per aver incarnato la Wendy di "Shining" in un set dove forse solo l'attore bambino poteva regalarle un qualche sollievo; nello stesso film Jack Nicholson peraltro da una parte avrebbe voluto aiutare la collega, dall'altro dovette seguire particolari indicazioni, nelle scene più paurose, per spaventarla ulteriormente, come ad esempio l'improvvisazione*. Questa "licenza" venne fra l'altro concessa da Stanley soltanto a lui e a Peter Sellers ne "Il dottor Stranamore" per un triplo ruolo che certo non avrà che alimentato lo sfasamento di identità dell'attore che in seguito, sempre più depresso e insicuro, dichiarò di non credere di avere più una propria personalità.
Tom Cruise e Nicole Kidman, assoldati per "Eyes Wide Shut" in quanto coppia anche nella realtà, si lasciarono non molto tempo dopo l'uscita del film, che aveva rimosso negativamente i loro problemi relazionali. Anche i giovani soldati di "Full Metal Jacket" Matthew Modine e Vincent D'Onofrio non hanno avuto con l'ennesimo capolavoro di Kubrick il successo sperato, soprattutto Modine che avrebbe poi ricoperto tanti ruoli, si, e anche con registi di spicco, ma molto molto meno impegnativi e memorabili.

Spero che continuino a proiettare su piccolo e grande schermo ed eventualmente restaurare i film di Kubrick e che sempre più persone si sforzino di vederli e leggerli al meglio possibile, perché sono davvero delle opere d'arte straordinariamente moderne che hanno molto da ispirare e insegnare.

*= cosa vi ricorda questa cosa? Forse "Ultimo tango a Parigi"? A me si

mercoledì 31 ottobre 2018

Un pensiero a Federico e a River (1993-2018)

Non è un post sul cinema né un tributo, è uno stato d'animo, eppure sono mesi che penso a questo momento: mettere giù due parole dignitose su due grandi rappresentanti della settima arte. 

Tanta gratitudine ma anche tristezza nel 25esimo anniversario della scomparsa di Federico Fellini e River Phoenix. Non saprei cosa altro aggiungere, credo di aver detto tutto col post di cinque anni fa, scritto nel mio primo mese di domicilio in terra piemontese in una giornata malinconica e senza neanche l'allegria black della festività di Halloween.
E oggi questo 31 ottobre non ha un briciolo di buonumore in più anche (soprattutto?) ora che vivo nella città che ha dato i natali al grande regista e non c'è stata serata, anche quella chiassosa della music parade al molo, in cui passando davanti al Grand Hotel non abbia provato un fremito e un piccolo groppo in gola, gli stessi che ho provato quando sono stata alle feste del Borgo a San Giuliano, passando davanti agli affreschi in tema felliniano. O davanti a quelli in via XX Settembre. O leggendo i cartelli delle stradine che collegano Viale Vespucci al lungomare, tutti intitolati alla filmografia del grande artista.

River era un attore giovane e promettente, stroncato prematuramente quasi all'apice di una carriera sempre più d'autore che commerciale - mentre il suo erede putato Leonardo di Caprio ad un certo punto ha cambiato rotta con "Titanic" - e di lui mi affascinavano la sensibilità, l'intelligenza, la personalità in un periodo in cui le persone erano fascinose senza orpelli, anche spettinate e vestite trasandate, perché colpivano con lo sguardo, coi modi, col carattere. E poi si, mi sarebbe piaciuto un fidanzatino dolce e particolare come era lui in "Vivere in fuga", ruolo che dubito abbia faticato a incarnare.

Con Federico è un po' diverso. Mi è bastato vedere "Amarcord", "Roma" e qualche altra pellicola per innamorarmi del suo saper raccontare apparentemente ingenuo ma aperto a spunti e riflessioni anche amare, con parentesi oniriche molto moderne e molto copiate tutt'oggi, seppur camuffate con effetti speciali e battutine ad effetto. E' come voler bene ad un antenato che ci ha dato tutto, dal sangue alla cultura, dai tratti del viso alle sensazioni. Una coordinata quasi istintiva, un riferimento costante, un ago di una bussola anche se non si conosce bene la destinazione del proprio viaggio. 

E si va avanti anche senza, ma con un po' più di tristezza e con una sensazione di solitudine. Come mi sento oggi, in questa giornata col cielo azzurro ma col sole semicoperto, un po' ventosa e un po' stufosa. 

domenica 2 settembre 2018

"Tonya", una storia di violenza made in USA


Lo so, sarò l’ultima persona che si definisce cinefila ad aver visto “Tonya”. Ma la passione è passione e non posso astenermi - dopo mesi senza parlare di cinema - dal dire la mia su un film, una biografia realistica non patinata, una bella storia psicologica piacevoli come non mi accadevano da tempo.
Questo è il racconto della parabola di Tonya Harding, pattinatrice realmente esistita ed esistente, prima ascendente e poi discendente a causa dell’aggressione ad una rivale verso la convocazione in nazionale per i Giochi Olimpici, ma è soprattutto una storia di violenza totale: psicologica, fisica, verbale, relazionale, economica. Un sogno americano a metà, dove le ambizioni e la voglia di diventare qualcuno non riescono a prevalere sulle negatività.
Premetto che mi ricordo della vicenda Harding quando avvenne nel 1994: fece molto scalpore all'epoca e venne persino citata nel film "Assassini nati" di Oliver Stone come significativa riprova della violenza (oltre che del fanatismo dei media) all'interno della società statunitense.


La protagonista nasce e cresce con una madre a dir poco anaffettiva ma soprattutto rigorosa e spietata, che intuisce la passione della figlia per il pattinaggio artistico su ghiaccio e ce la manda per togliersela di torno; dopo pochi mesi però si viene a sapere che la bimba ha persino un grande talento e inizia a distinguersi dalle rivali.


Inizia così un ricatto globale fra madre e figlia (giacchè il caro padre fa fagotto) dove violenza alimenta violenza: io madre sgobbo come cameriera per mantenerci e ti torturo per farti allenare duramente e tirare fuori il tuo dono e fartene una fonte di guadagno, tu figlia devi sottostare a tutto, allenarti duramente, tirare fuori il tuo dono e fare anche qualcosa di unico come il triplo axel, diventare famosa e magari ringraziarmi, chissenefrega se il prezzo che devi pagare è una scarsa autostima, una costante insoddisfazione, una rabbia di fondo, una tendenza alla frustrazione e alla negatività e zero concetti come soddisfazione di sé e per sé, sportività, fairplay, rispetto per gli altri, cautela, grazia, armonia, autocontrollo, diplomazia, stoicismo – anzi, qui la filosofia non è mai esistita, chissà che avrebbe detto il patriarca di “Il mio grosso grasso matrimonio greco”.

In questo violento dialogo fra sorde che caratterizza la prima parte della storia, l’unico sano consiglio che la madre LaVona poteva dare, imponendolo o ribadendolo, alla figlia Tonya, consiglio che da una parte non viene dato e dall’altra ovviamente non viene intuito minimamente, era non legarsi al suo futuro marito Jeff, un finto timido in realtà represso violento con un collega di lavoro/amico (giacchè in quella miseria morale e culturale prima che economica il collega diviene come un amico anche se è più feccia di te… schifosa società non solo americana), Shawn, ancora più vuoto, immorale e purtroppo bugiardo mitomane. Proprio Shawn è una figura da non sottovalutare in questa storia: da una parte sprona Jeff a provarci con una 15enne Tonya, poi contribuisce in maniera pesante agli eventi facendo però di testa sua, che come si intuisce è tutta marcia.

Un altro dialogo fra sordi, indirettamente violento, è fra Tonya e i giudici che visionano le sue imprese: due lingue diverse, con presupposti, mentalità, obiettivi diversi se non opposti. Lei voleva essere se stessa ed essere giudicata solo per le sue doti e i suoi saggi, loro volevano un'immagine buonista, pollitically correct, preconfezionata e piuttosto retrò di perfezione, a cominciare dal contorno familiare, dove la bravura poteva anche venire per seconda.



La narrazione degli eventi, che prende spunto dalle interviste fatte ai vari attori di questa vicenda, gioca molto sul fatto che ognuno "ha" una sua versione della verità come riflette la stessa protagonista alla fine del film, tanto che in alcuni flashback di episodi di violenza, forse per stemperarne la tensione, la Tonya del passato commenta per quella del presente, carnefice indiretta e vittima impura della situazione.


Non ci vuole molto però per capire che in realtà ognuno vuole dare (ben diverso dall’avere) una certa verità nel senso di personale versione/visione dei fatti, nessuno è stato completamente sincero, anche se non è difficile intuire quando Tonya mente agli altri come a se stessa come quando giustifica maldestramente alcune cattive esecuzioni.
Sempre a proposito della radice violenta della società statunitense, a fine film viene evidenziato il turnover di morbosità dei media a stelle e strisce, che declinano le loro attenzioni sul caso Harding per rivolgersi a quello Simpson, bello fresco di giornata.


Quale potrebbe essere il peggior difetto di Tonya? La madre, l’imprinting, l’ostinatezza nel praticare uno sport dove oltre al talento bisogna avere una certa immagine e "stare al gioco" per accontentare giudici e pubblico, la debolezza nel riavvicinarsi al marito nonostante le numerose botte? Forse un po’ tutti questi, ma il pregio almeno secondo me è nell’essere nonostante tutto una cattiva a metà e poi boh, sarà merito del regista (che ha il cognome come una marca di birra) ma nell’ultima scena dove l’ormai ex pattinatrice e novella pugilessa va al tappeto, sanguina, apre gli occhi e si rialza per continuare a lottare, mi ha dato un brivido di positività, nonostante l’aura nera della canzone di Iggy Pop mista alle vere immagini della Harding.

Bravi gli attori, ma detto fra noi ritengo che la statuetta sarebbe dovuta andare a Margot Robbie, nel 2016 meravigliosa Harley Queen e adesso straordinaria ed espressiva nei panni della Harding, piuttosto che ad Allison Janney, che interpreta una madre indubbiamente odiosa ed efficace, ma al limite del monofaccismo.

mercoledì 9 maggio 2018

Una lezione di arte che non dimenticherò mai - ora anche grazie ai Simpson

E' stato un piccolo viaggio indietro nel tempo ieri, per me, vedere la puntata de "I Simpson" dove viene costruito un nuovo auditorium poi convertito in prigione. La progettazione dello stesso viene infatti affidata all'archistar Frank O. Gehry, famoso per lo stile decostruttivista dei suoi lavori, fra cui il celebre museo Guggenheim di Bilbao. Ed è proprio qui il nesso: conosco da anni questo architetto e questa opera perché quando avrei dovuto non l'ho fatto. 

All'università ho frequentato i corsi di lettere moderne e fra i miei test sostenuti c'è anche "Storia dell'arte contemporanea", uno di quegli esami ciclopici che si sa a priori quanto siano belli e affascinanti ma che io, ai tempi, mi sono ritrovata a studiare in maniera sacrificata. Fra l'altro era diviso in tre parti con altrettanti professori ed io, lo ammetto, studiai con meno attenzione il materiale dedicato all'architettura.
All'esame, dopo aver già sostenuto una parte con una buona votazione, in attesa di essere interrogata sui vari Foster, Isozaki, Hadid (r.i.p.) &Co., cercai di fare chiarezza proprio sul semisconosciuto Decostruttivismo, di cui ignoravo bellamente il nome del maggior esponente e della sua opera summa. Provai  a chiedere ad una bionda gentile e carina che era stata appena interrogata ma no, non si ricordava nessun nome! Provai a chiedere ad una tipa brunetta e mingherlina che mi guardò, severa e rigorosamente silenziosa, come se avessi voluto venderle il David di Michelangelo.
Allorché toccò a me entrare; fra le varie argomentazioni il mansueto professore mi chiese proprio il Decostruttivismo, io mi arrampicai sugli specchi come forse avrò fatto un'altra volta in vita mia, presi un generoso quanto imbarazzante 25 promettendomi di studiare meglio la prossima volta. Il giorno dopo riuscii con uno sforzo sovrumano roba che Eisenhower eclissati a sostenere la terza e ultima parte fissando il voto finale sul 29.

Ma quei due concetti, Frank Gehry e Guggenheim di Bilbao, non me li sono più levati dalla testa, una damnatio memoriae al contrario, un ergastolo che è diventato un dono che mi segue sempre, ho conosciuto di persona

 


e che ieri ho blandamente rivissuto, ovviamente col sorriso.
    

                  

Poi la puntata de "I Simpson" si risolve citando un famoso film sul carcere, "Brubaker" se non sbaglio!

lunedì 5 marzo 2018

Agli Oscar 2018 hanno vinto le facce da schiaffi

Quest'anno ho provato a ripetere la maratona della notte degli Oscar come feci due anni fa, quando Ennio Morricone e Leonardo di Caprio vennero encomiati con merito alla sesta nomination.

Stavolta però sono arrivata alle due di notte cotta al limone e mi sono addormentata per risvegliarmi miracolosamente alle quattro, in tempo per le statuette più importanti... ma non prima di aver appurato indagando sull'ipad che una vera e propria faccia da schiaffi si era aggiudicata l'Oscar come miglior attore non protagonista: Sam Rockwell. Bruttino, naso non azzeccato, ma sguardo magnetico e allure da cattivo che rimane impresso in positivo e in negativo, dopo un decennio di film è stato l'intramontabile Wild Bill assassino pedofilo supercattivo ne "Il miglio verde", ma anche l'astronauta dai tanti cloni nella pellicola indipendente "Moon". Non aggiungo altro (se non che fuori dal set Sam è quasi affascinante!!) anche perché non sarei sincera: non ho visto altri suoi film.

Dalle 4 dicevo, inizio a gustarmi l'assegnazione delle statuette partendo da quella del cortometraggio, dopo il monologo delle due attrici nere che hanno chiesto simpaticamente a Meryl Streep se potevano essere sue figlie anche per un solo giorno. 
Poi ho gioito per Luca Guadagnino che ha assistito soddisfatto alla consegna del premio per la migliore sceneggiatura non originale al mitico James Ivory (quante volte ho sospirato guardando l'adorato "Camera con vista"!!!) per il suo "Chiamami col tuo nome" - e il fatto che abbia azzeccato il pronostico dell'antiviglia dicendo che il film italiano avrebbe portato via almeno un Oscar è passato subito in secondo piano.

Si arriva al miglior attore protagonista e lo scozzo è durissimo più che per il non protagonista ma una Streep quasi frettolosa ha pronunciato con eccessiva rapidità il nome del trionfatore, ovvero la faccia da schiaffi numero due della serata Gary Oldman. Altro attore che mi piace molto, sia ben chiaro, ma che a ben guardare ha fatto tanti ruoli, soprattutto da giovane, con un cipiglio "un po' così" e non sempre "buoni". Chi ricorda "Sid e Nancy"? Il suo conte Vlad spiritato nel "Dracula" di Coppola? Il suo Beethoven inc@zzato a morte col mondo in "Amata immortale"? E in "Leon", chi ha provato odio puro assieme a me per il suo personaggio del poliziotto corrotto e mezzo tossico che sniffa e poi sibila "Adoro questi brevi momenti di quiete prima della tempesta", che poi ammazza il protagonista lasciandoci lì affranti? E anche il cattivo de "Il quinto elemento", seppure in veste fantascientifica, non è da prendere a sberle? Poi c'è stato il periodo dei Batman e degli Harry Potter, un altro ruolo da cattivo in "Codice Genesi" e la prima nomination per "La talpa". E come ha sottolineato lo stesso Gary, oltre vent'anni di lavoro per arrivare a questo punto, ma ne è valsa la pena.

Pochi minuti dopo ed è stato il turno di Frances McDormand, anche lei adorabile e così antidiva, anti red carpet, antiestetica con un vestito ed un capello che erano anche peggiori di quelli mostrati orgogliosamente ai Bafta - ma d'altronde quando si ha ancor più carattere che bellezza e non essendo affatto brutte, oltre che sposate con un cervellone come Joel Coen, ci si può permettere di tutto, anche di essere più grottesche dal vivo che in pellicola! E il suo discorso di ringraziamento elettrizzato, in cui prima ha incespicato e poi ha iperventilato, parlato a raffica, smanacciato, gesticolato, incalzato la folla e infine manifestato commozione - pur essendo alla seconda statuetta - è stato la scossa ad una serata fin troppo tranquilla, al limite del mesto.

W le facce da schiaffi quindi, quando sono così brave a raccontare storie che rimangono nell'anima e nel cuore anche dopo decenni!

martedì 23 gennaio 2018

Luca Guadagnino italiano nominato agli Oscar 2018

Non conoscevo Luca Guadagnino fino ad oggi, quando ho sentito della sua candidatura a quattro categorie di premi Oscar per questo 2018. Ebbene si, abbiamo una pellicola del nostro Belpaese nominata per il miglior film, attore protagonista, sceneggiatura non originale e canzone!

Ammetto candidamente di non aver saputo citare un solo lavoro passato di Guadagnino, che è anche produttore e regista di corti e video musicali, finché non ho dato oggi una rapida occhiata alla sua pagina Wikipedia, in cui non ho potuto non notare il discusso "Melissa P.".

Il mio sarà un tifo moderato che anche in caso di poker non mi farà salire sul carro del vincitore e magari scrivere recensioni ebbre di entusiasmo: non si tratta di Sorrentino che già mi aveva irretita con "Il divo" o del veterano Ferretti o meglio ancora dell'amato Morricone icone italiane nelle loro specialità, ma una pellicola non americana che riceve più di una nomination e fra l'altro in categorie importanti non è da sottovalutare! E soprattutto, trattandosi di un mio connazionale, sono lietamente propensa a dargli sostegno e fiducia!

lunedì 8 gennaio 2018

Dieci frammenti di film che mi comunicano frustrazione

...e in cui ogni tanto mi rivedo.

Eccoli:

- in "Tootsie" quando il regista della soap opera grida alla troupe "Due a sinistra, tre a destra" con la diretta che sta degenerando

- in "Terminator 2" quando Sarah Connor ricarica il fucile a pompa ma ha finito le munizioni

- in "Wargames - giochi di guerra" il generale che dice "Che cosa non avrebbe senso?"

                                

- in "Erin Brocovich" quando lei vede degli scarafaggi in cucina

- il finale di "Uomini che odiano le donne" con Lisbeth che butta via il giubbotto di pelle che aveva fatto fare per Mikael, dopo averlo visto con Erika
                                   

- in "Apocalypto" la donna incinta e il bambino in fondo al pozzo, con l'acquazzone che scroscia su di loro

                                   

- il nonno di Titta in "Amarcord" perso davanti casa nella nebbia: "mi sembra di non stare in nessun posto"

                             


- in "Schindler's list" il bimbo nella latrina che si sente dire di andarsene ed alza gli occhi smarrito

                            

- una compagna di Charles in "Chaplin" che gli grida per farsi sentire, con lui al pianoforte tutto immerso in una composizione per un film

- Molly protagonista femminile di "Ghost" che fa oscillare il barattolo di vetro con la monetina per poi farlo ruzzolare e infrangere per le scale.

Sto regredendo e non va bene. Buon 2018.


giovedì 28 dicembre 2017

Scoperte cinematografiche: il 2017 mi ha portato il grande Kim Ki-Duk

In questo universo cinematografico sempre più spaccato fra cine panettoni, fantascienza spesso becera, commediole all'acqua di rose e dall'altra parte cinema d'autore nudo e crudo, ho avuto la fortuna, anche tramite la lettura del blog del sempre mitico James Ford, di scoprire il regista sud coreano Kim Ki-Duk.

                                 

Mi è bastato il suo "Bad Guy" per invaghirmi delle sue tematiche e del suo stile asciutto e realistico, oltre che delle sue originalissime storie non facili da digerire, ma che lasciano tanti spunti di riflessione e tante emozioni dentro.

"Bad Guy" era incluso in una lista dei cinquanta migliori film asiatici degli ultimi tempi.

                              

Una visione shock, un'illuminazione. Allora mi sono messa a cercare tutte le pellicole di KKD dall'inizio riuscendo a vedere "Crocodile", "The Birdcage Inn", "Real Fiction", "Indirizzo sconosciuto", "Primavera, estate, autunno, inverno...e ancora primavera", "La samaritana", "Ferro 3", "Soffio", "Arirang" e "Pietà".


                                              


                                 


                                   

Per ciascuno sudore freddo, emozione, tremore, suspence, mentre il mio innamoramento era sempre più forte. Non vedo l'ora di guardarmi "Moebius", che come in una favola avevo già adocchiato e mi ero procurata già qualche mese fa senza sapere che fosse anche lui di KKD.

In quasi tutte le storie di Kim ci sono conflitti o situazioni masochiste, è presente un personaggio che deve/vuole espiare una colpa o riscattarsi, ma anche uno che non parla mai (come anche in "Dolls" di Kitano) comunicando solo con gli occhi e la mimica; a volte le due figure coincidono. In "Ferro 3", Leone d'Argento a Venezia, i due protagonisti pronunciano complessivamente due frasi - scandite solo da lei peraltro.
Anche in "Bad Guy" il personaggio principale è un taciturno con una cicatrice sulla gola, ma verso la fine si scopre che potrebbe parlare seppure con voce deformata, quasi comica, cosa che non ha incidenza nella sostanza della storia per quel che ci ho capito.
Conflitti e masochismo si rispecchiano anche nella violenza come lotta per la sopravvivenza e nel modo di trattare il sesso, inquadrato spesso in prostituzione imposta o spontanea e in stupri minimalisti, appena drammatici e anche vagamente grotteschi (in "Crocodile", mentre il protagonista abusa della donna, il bambino lo morde in una natica), come atipici sono i corteggiamenti (l'apprendista asceta che ne fa di ogni per palpeggiare la ragazza in "Primavera, estate..."). C'è anche spazio per l'amore, malato e controverso come in "Crocodile", "Indirizzo sconosciuto", "Soffio", o romantico come in "Ferro 3", vera e propria apoteosi per me del romanticismo puro senza sdolcinatezze, retorica e forzature come non ho memoria di aver mai visto in altro lungometraggio.

Kim Ki-Duk è un regista molto prolifico, con una storia personale ricca di episodi che lo hanno arricchito di sentimenti e sensazioni defluite appunto nella sua opera: dal 1996 ha girato quasi un film all'anno che scriveva, montava e produceva per ricominciare, a ruota, fino ad alcuni accadimenti del 2008 che lo hanno fatto interrompere. Nel 2011 è uscito "Arirang", docufilm autobiografico in cui Kim ha spiegato la sua opera e la sua crisi per riprendere subito a lavorare più o meno come prima anzi meglio, più forte e rassicurato, girando in pochi mesi "Amen" che ahimè mi manca e l'incredibile "Pietà", Leone d'oro a Venezia, una vera bomba dove gli appassionati come me di questo grande autore si ritrovano in successione, dosati con maestria, senza forzature e con un incastro perfetto, tanti degli ingredienti dei film precedenti; non una scena di troppo o una battuta inutile, più un finale col botto da far accapponare la pelle e il cuore. Roba che anche i fan di Tarantino, inclusa me, difficilmente avranno provato altrettanto appena alzatisi dalla poltrona del cinema dopo aver visto "The hateful Eights".

Menomale che c'è il cinema a farmi conoscere buoni film e a volte buone persone anche solo sul web, perché dal vivo è uno sfracello :D

venerdì 17 novembre 2017

Ancora guai per Kevin Spacey + il finale de "I soliti sospetti" come "Pomodori verdi fritti"

Ancora guai per Kevin Spacey. L'attore statunitense con cittadinanza britannica che a ottobre era stato accusato di molestie, stupri, condotta immorale o disdicevole, adesso viene anche tacciato di comportamenti inappropriati.
L'ultima beffa insomma per un grande talento della settima arte, che si è ritrovato coinvolto nel turbine del vaso di Pandora scatenato dalle denunce di molestie e ricatti subiti da numerose attrici da parte del produttore Harvey Weinstein. E l'America, si sa, su due cose non scherza: sul fisco e sulle molestie sessuali. Come tanti prima di lui, da Michael Douglas a Tiger Wood, secondo Wikipedia adesso Spacey "si sta facendo curare", cosa che per noi europei forse sembrerà una mezza presa per i fondelli ma che per gli statunitensi è la soluzione oltre che buon metodo per mettere tutti a tacere.

In questi giorni, se da una parte non potevo che condannare il comportamento di KS - certo è terribile pensare che per un decennio abbia molestato giovani artisti, mettendosi alla stregua di alcuni preti - dall'altro non ho rinnegato un millimetro di ammirazione che avevo provato per lui nei pochissimi film in cui l'avevo visto recitare, ovvero "Seven" e "American Beauty", togliendo "Una donna in carriera" e avendo rimosso quasi completamente "L'uomo che fissa le capre". Per i blogger cinefili che ogni tanto capitano qui, giuro che sono anni che cerco "Americani", di cui ho visto solo la sfuriata iniziale, e non devo farmelo mancare assolutamente.

Qualche giorno fa ho riascoltato la canzone di Caparezza intitolata proprio "Kevin Spacey", in cui sono contenuti numerosi spoiler soprattutto di sue pellicole, incluso "I soliti sospetti"; ho anche letto i commenti in fondo al video; poi ho trovato su Facebook un post che parlava delle 50 migliori battute conclusive di film e nei commenti anche qui molti utenti citavano "I soliti sospetti". Ogni cosa me lo rammentava, mi ci rimandava e la mia curiosità cresceva... Quindi ho cercato su youtube....e grazie ad una botta di fortuna l'ho trovato in italiano, versione integrale! Non ci ho pensato due volte e me lo sono guardato!

Bello, bello, bello! Ignorandone il finale poiché non l'avevo sentito bene dalla canzone di Caparezza, mi sono goduta una pellicola con ottimi attori, spunto interessante, trama un po' a incastro, dialoghi taglienti. Finale col botto ma secondo me, che l'ho visto appunto 22 anni dopo la sua uscita nelle sale e quindi ero seduta sulle spalle dei giganti, meno imprevedibile di quanto mi aspettassi, se non altro perché 1) persone come Verbal sembrano ma non sono affatto stupide o svampite, perlomeno dal film ho avuto subito questa impressione, 2) se è Verbal a raccontare tutta la faccenda (ma la dirà la verità?), oltre che essere sopravvissuto al colpo, un motivo ci sarà, 3) di film in film si sono rivisti personaggi con finte menomazioni, 4) lo stesso finale di "Saw", ma perché no anche di "Pomodori verdi fritti alla fermata del treno", può essere illuminante.
Gli unici difetti di questo film mi sono sembrati i capelli di Stephen Baldwin e quelli di Gabriel Byrne, troppo ben colorati - e ridicoli - da sembrare parrucche ma anche certe inquadrature leggermente patinate: e che cavoli, io voglio rughe, capelli bianchi, polvere!

martedì 31 ottobre 2017

Halloween contro tendenza - questa sera sarò Jason Voorhees di Venerdì 13

Questo Halloween finalmente mi levo una voglia che avevo da anni. Basta con la streghetta zombie, con Lady Gaga horror, con la sposa nera.. basta maschere femminili blandamente seccsi. Basta. 
Questa volta mi travestirò da lui, il mitico, il solo, l'unico, l'inimitabile Jason di "Venerdì 13"!!! 


                   


....anche se non ho mai visto un suo film!

PS: ...senza dimenticare l'anniversario delle morti di Federico Fellini e di River Phoenix...





venerdì 27 ottobre 2017

Top Ten dei film che mi fanno/ hanno fatto paura

Mancano pochi giorni ad Halloween, nelle sale italiane impazza "It" tratto dall'omonimo romanzo di Stephen King... come non potevo scrivere ora questa classifica?
Onde per cui, ecco qua la Top Ten dei film che mi fanno/hanno fatto paura, alcuni già visti con grande fatica, altri non ancora visionati e che temo rimarranno tali, salvo improvvise prese di coraggio!

-------------------- ATTENZIONE, SPOILER!!! ---------------------

Anche qui, in alcuni casi accennerò ai finali ma, non potendo separarli dal commento ai film, arrangiatevi, fate vobis! Al più, leggete solo i titoli!


10) "La congiura degli innocenti", 1955, di Alfred Hitchcock. Questa curiosa storia del Sir del cinema mi ha spaventato per buona parte della mia infanzia e adolescenza con il cadavere di Harry (cui è dedicato il titolo originale), le persone strambe che non lo vedono pur passandovi sopra o inciampandoci, le sepolture e le riesumazioni, il bambino che giocava con la lepre morta e confondeva "ieri" e "domani". Rivisto qualche mese fa a casa dei suoceri, forse un po' distrattamente: l'unico caso in cui la seconda visione è stata meglio della prima!

9) "Cannibal Holocaust", 1980, di Ruggero Deodato. Il film più censurato della storia del cinema nonostante la produzione non tutta italiana, nato con un preambolo che ha anticipato di vent'anni "The Blair Witch project" (presunta pellicola ritrovata da una casa di produzione e quindi distribuita). Violenza dell'uomo in tante forme, analizzata, sviscerata e smascherata nelle sue contraddizioni e ipocrisie. Non visto; ho preso informazioni, ne ho parlato con un mio amico cinefilo ma ancora non riesco a fare il grande passo!


8) "Amabili resti", 2009, di Peter Jackson. Direi ottimo il montaggio di Jabez Olssen, perché la scena della cattura della protagonista e vittima, che è anche voce narrante (stessa cornice narrativa di "American beauty"), mi ha letteralmente mozzato il fiato da procurarmi fastidio alla gola. E più avanti c'è un'altra scena che non è da meno, talmente paurosa e piena di suspence da avermi fatto stoppare la visione in streaming. Un plauso alla sensibilità e alla versatilità di Jackson, noto per tutt'altro genere. Dubito che lo rivedrei, specie da sola.

7) "The Blair Witch project", 1999, regia, soggetto, sceneggiatura e montaggio di Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez. E' stato un vero e proprio caso cinematografico questa storia narrata attraverso il supposto ritrovamento di due docu-filmati (ma montati da chi? :p) raccolti da tre ragazzi che decidono di indagare su una presunta strega per scoprire sempre più indizi raccapriccianti. Visto inizialmente con tranquillità e via via con sempre maggiore inquietudine fino alla scena finale, agghiacciante, digerita con gran fatica, con Mike nell'angolo e Heather urlante e subito dopo colpita mortalmente. Visto una volta, forse potrei bissare.

6) "Furore", 1940, di John Ford. Avendo parlato del libro pochi post fa, non si fa fatica a comprendere perché pur avendo questo film da oltre un anno non mi sia ancora decisa a guardarlo. Fa tanta paura vedere i timori, le incertezze, i problemi, le angosce, le delusioni e il dolore altrui specie quando ricordano, anche in minima parte, i propri.... e dubito che Ford sia stato meno bravo con la pellicola di quanto lo è stato Steinbeck con le parole. Prometto che lo guarderò, anche solo per onorare il regista e gli attori.

5) "Ultimo tango a Parigi" di Bernardo Bertolucci, anno 1972. Ai tempi condannato al rogo dalla giustizia italiana: se ne lasciarono solo poche copie e per un lustro al regista e ai produttori vennero negati i diritti civili. Mi intimorisce e suscita senso di soffocamento questa storia di passione destinata a finire fra due sconosciuti, lui per me insopportabilmente vecchio, lei non molto più simpatica giovane futura sposina, amanti trasgressivi senza nome in un appartamento senza mobili. Ma anche aver saputo qualche retroscena del set non mi ha rallegrato: regista e primo attore complici nella scena incriminata e la Schneider, a soli vent'anni, offesa, tormentata e poi condannata a critiche, stress e incubi tanto da diventare tossicodipendente - qualche mea culpa per lei solo da morta. Sarò debole, forse bigotta e post femminista, chissà, ma non ci perdo due ore del mio tempo e della mia tranquillità.

4) "Salò o le 120 giornate di Sodoma" di Pierpaolo Pasolini, 1975. Definito uno dei film più sconvolgenti, violenti, osceni, brutali e malvagi di tutti i tempi - qualcuno ha detto che fa sparire "Cannibal Holocaust"! Opera ultima e prima ipotetica di una trilogia della morte del grande scrittore/ regista /sceneggiatore italiano, che si dice sia morto per mano della malavita che aveva trafugato e chiesto un riscatto per una parte della pellicola. Una sfida alla censura a pochi anni dallo scioccante "Ultimo tango a Parigi". Realista su base allegorica con schema dantesco e respiro desadiano con messaggio politico incluso, iniziatore del filone nazierotico. Quale cinefilo non sa almeno queste cose di questo che da molti è ritenuto un capolavoro, una pietra miliare della settima arte? Eppure no, non l'ho visto e non ne ho il coraggio!

3) "Quando soffia il vento", lungometraggio di animazione "a tecnica mista" di un certo Jimmy Murakami, del 1986. Una coppia di anziani si prepara a modo suo, con ingenuo ottimistico candore, all'attacco nucleare annunciato dalla televisione, ma non riesce a scappare alle successive radiazioni e perisce fra piaghe e abulia nell'inverno nucleare. Visto a sprazzi, con salivazione azzerata e pelle accapponata, mandandolo avanti su Youtube. Non credo che lo guarderò mai per bene da cima a fondo.

2) "Letters from a dead man", 1986, diretto e scritto da Konstantin Lopushansky, produzione russa. Scoppiata la guerra nucleare, un anziano scienziato scrive al figlio da dentro un museo di storia di una città sovietica, dove vive accampato assieme ad altre persone, mentre all'esterno dilagano panico, sopraffazione, isteria e morte. Non visto, non ce la faccio. Mi fa paura la locandina su Wikipedia, mi fanno tremare anche le anteprime dei rari frammenti che ci sono su Youtube!

1) "The day after - il giorno dopo". Classe 1984, di Nicholas Meyer, uno dei film, per la televisione fra l'altro, a minor costo più famosi e trasmessi, si dice "girato apposta" per sbollire gli animi della Guerra Fredda. "Il film che ha fermato il nucleare", "Il film che ci ha insegnato ad avere paura", "La fine della normalità, l'inizio della fine" è quanto c'era scritto nelle locandine e nelle custodie della versione VHS. Cosa mi fa paura? Tutto, tutto, tutto: la tensione della popolazione prima della guerra, i dialoghi, il lancio delle bombe, la scena della camera da letto, il fungo atomico, le morti istantanee, il blocco delle automobili per lo sbalzo elettromagnetico, le famiglie divise devastate sbriciolate, gli animali morti, l'ospedale pieno di disperati, la pazzia della ragazza che doveva sposarsi, i segni delle radiazioni, il terreno incoltivabile, il freddo... Definito molto meno realistico e "troppo filoamericano" rispetto all'epigono russo qui sopra ma per me quella indimenticabile frase dell'uomo anziano che rassicura la moglie, "La gente è pazza ma mica fino a questo punto", scolpita per sempre nella mia testa, gli vale il gradino più alto del podio. 

giovedì 19 ottobre 2017

Dieci cose che mi fanno molta più paura di "It" - post ispirato da Cannibal Kid

Oggi è uscito nei grandi schermi italiani "It", riadattamento cinematografico o quel che è :D dell'omonimo romanzo di Stephen King.

Ho letto nel post a riguardo del blogger cinefilo Cannibal Kid che il Belpaese è uno degli ultimi ad aver diffuso la suddetta pellicola che invece in madrepatria, gli Stati Uniti, ha già battuto ogni record di incasso del genere, soppiantando il primato de "L'esorcista"; fra i commenti che seguono, quasi tutti si dicono intimiditi se non impauriti dal personaggio di Pennywise; la mia amica del Monferrato ha addirittura la fobia dei pagliacci, tale coulrofobia! Ma non ricordo se è collegata all'opera di King o all'omonima miniserie tv del 1990 - mentre invece diverse persone hanno dichiarato palesemente che sono state queste a far venire loro paura e panico quando nella vita reale si erano poi trovate di fronte ad un clown. Tutto questo mi lascia piuttosto basita, evidentemente ho un altro concetto dell'orrore e della paura.

A quindici anni, come premio estivo per essere passata in prima liceo, presi in prestito in biblioteca il libro "It" leggendomelo in undici giorni ma visualizzando la storia, i personaggi, la moltitudine di sentimenti che gravavano sulla storia. Ancora mi ricordo cosa era scritto dietro al volume della Sperling&Kupfer: "Un viaggio allucinante lungo l'oscuro corridoio che conduce dagli sconcertanti misteri dell'infanzia a quelli della maturità" - correggetemi se sbaglio.
Con meno precisione ricordo di aver visto almeno la prima parte dell'adattamento per il piccolo schermo: anche col senno di ora non posso quindi dire se fosse brutto, bruttino, gradevole o bellissimo non ricordandomelo né avendolo visto per intero. Di certo non era un granché sia perché a prescindere non è facile tradurre in pellicola un romanzo di King (anche Kubrick rielaborò non di poco "Shining" e infatti il Re compare spesso e volentieri come soggettista, non come co-sceneggiatore cinematografico) sia per la spigolosità di alcune scene come quella nelle fogne.
Però la scena di Becky in bagno, con la bolla di sangue che esplode macchiando tutto, lei compresa, con il padre che guarda e non vede, è da applausi, intramontabile!

Fatto sta che "It" non mi ha fatto grande paura. Non realizzavo l'aura di terrore di una cittadina per un serial killer di bambini, semmai ho provato dolore per la morte del fratellino di Bill come ho provato tristezza per le vicende personali degli altri personaggi. Anche la paura di Stan adulto, tale da indurlo al suicidio, mi risultava incomprensibile. E la copertina del libro era dedicata a quello!!
Mi metteva malinconia il personaggio della Tartaruga e mi fece scervellare il fatto che fosse "più vecchia di It, che si proclamava eterno" come anche per i finti consigli ai perdenti adulti ("Solo una cosa posso dirti, che stanno stretti sotto i letti sette spettri stretti stretti... Quando ti trovi in un pasticcio cosmologico come questo, l'unica è gettare via il manuale delle istruzioni" - era scritto così? E in corsivo? anche qui, se sbaglio, correggetemi!).
Ma Pennywise no, non mi ha fatto paura, mai. Certo, vederlo digrignare i denti non era piacevole ma neanche mi ha creato shock, tremori o incubi! Tutto troppo palesemente finto, irreale, lontano. Il mostro dentro il tombino? No, non attacca, niente da fare. Nemmeno la cittadina di Derry esiste! E quelle due, forse tre volte che ho visto un clown dal vivo ho provato una discreta indifferenza e neanche lo collegavo a questa storia, perché mai? Figuriamoci provarne paura.

Quindi, visto che tanto la figura della snob è stata fatta, seppure involontariamente, ecco qui dieci cose che mi fanno molta più paura di "It". Ho anche una fobia, che però in quanto tale è fuori categoria :P

10) Avere pochi soldi. Se non ne ho, crocione sopra: non ne ho. Ma se ne ho pochi...e se me ne servissero di più per un imprevisto? Ecco, questo pensiero mi fa paura!

9) I topi perché possono rosicchiare cavi elettrici e portare malattie, sti fetenti! E stiano lontani dai bambini!!!

8) Certi insetti che si muovono nelle case di notte, mentre uno dorme, e crede che non ce ne siano! Anche se vedere continuamente scarafaggi di 4-5 cm quest'estate nei marciapiedi di Tenerife mi ha un po' curata!!!

7) Il pensile portapiatti, la piattaia insomma o come cavolo si chiama. Lavo le stoviglie tre volte al giorno da vent'anni e da oltre un lustro ho il timore che il mobile si divelga trombolandomi addosso! Brrr!

6) L'alta velocità in auto ma anche in autobus perché ho timore di incidenti, tamponamenti, drusciate al guard rail, frenate, animali che attraversano all'improvviso - e mi è accaduto...

5) Viaggiare in aereo perché è pur sempre un pezzo di ferro in aria e non si può certo andare dal pilota a dirgli di rallentare!

4) L'inquinamento, soprattutto da plastica. Immaginare il Pacifico con quell'enorme isola di rifiuti a pelo d'acqua mi fa rabbrividire. E lo stesso per la situazione della Campania descritta in "Gomorra"

3) Le bombe d'acqua come anche gli acquazzoni sulla mia città (a momenti li cronometro... e se superano l'ora sbianco), che è recidiva ad allagamenti e piccole alluvioni, ma soprattutto...

2) ...Lo straripamento del fiume della mia città. In passato è accaduto due volte e altrettante, negli ultimi quindici anni, a danno delle campagne circostanti. Roba che ci mancava Godzilla in verzicola ed eravamo a posto

1) La guerra nucleare - già, perché scrivere "una"? Direi che non occorra dire altro a riguardo.

Di che si parlava, della paura per i pagliacci? Penny chi? E cos'è, una roba che si mangia? Se fa ingrassare scusate ma io salto, sono a dieta!

mercoledì 13 settembre 2017

Da guardare fino in fondo: "Demolition" - Grazie James Ford!

Ebbene si, ultimamente mi sto gustando tanti bei filmini a casa, tisana alla mano e pantaloni comodi, ma mi è anche preso il trip di commentarli, #vedovanzabiancaalè

L'ultimo film che mi sono appena divorata e non vedo l'ora di passare ai miei genitori è "Demolition - amare e vivere" dello stesso regista di "C.R.A.Z.Y." e "Dallas Buyers Club".
Ne ho scoperto l'esistenza consultando il blog whiterussiancinema.blogspot.it del mitico James Ford che con passione e diligenza l'aveva nominato in una graduatoria dei migliori film del 2016.  

Ho letto la recensione offerta da questo blogger cinefilo senza neanche troppa attenzione, ma abbastanza per capire che era un titolo da non perdere. E ne ho appena avuto la conferma: una storia particolare ma "coi piedi per terra", regia pulita e asciutta, niente effetti o esagerazioni, personaggi "veri" con rughe, rossori e imperfezioni - tranne la suocera magra allampanata e coi capelli perfetti....sto scherzando. La trama è godibilissima: è una personale, particolare elaborazione di un grave lutto familiare.


--- TRAMA DETTAGLIATA ---
Il protagonista Davis, un trentenne stile Wallstreet, perde la moglie nonché figlia del suo capo in un incidente d'auto e anziché mostrare sentimenti cosiddetti normali quali dolore, smarrimento, rabbia o anche solo pazza gioia si riscopre indifferente al limite del catatonico, continuando il suo tran tran di sveglia alle 5,30, cyclette, doccia (già mi ricordava il Patrick Bateman di "American Psycho", grrrrr), metro, ufficio e così via, anzi con ancora più concentrazione e scrupolosità del solito. Al funerale della consorte Davis si mette a scrivere una lettera di reclamo alla ditta proprietaria di un distributore di merendine da cui non era riuscito a prelevare degli cioccolatini all'ospedale dove avevano dichiarato clinicamente morta sua moglie. Ma la lettera diventa l'inizio di una biografia-confessionale incentrata sul suo matrimonio. Davis parla poco, ha un'espressività ridotta ma di cose e sensazioni dentro ne ha, eccome, e non ne vogliono più sapere di starsene represse. I freni inibitori a poco a poco saltano e Davis inizia a vivere e agire alla giornata, ignorando doveri e convenzioni e facendo cose sempre più strane, ma anche instaurando un colloquio non più epistolare con l'addetta al servizio clienti della società proprietaria del distributore automatico, che complice un viaggio del compagno e datore di lavoro - combinazione molto fortunata direi - lo fa entrare nella sua casa e nella sua vita, sempre ascoltandolo, parlandogli, standogli accanto. E lo stesso fa il precoce figlio adolescente di lei. Il tutto narrato, come detto, senza iperboli, senza accenti, senza meriti né colpe. La telecamera, con mia somma gioia e delizia, fa vedere come reagisce e agisce Davis ma senza incensarlo.

In questa strana terapia senza infatuazione sessuale (cartina di tornasole del suo effettivo disagio, nascosto ma presente) in cui muta anche aspetto e abbigliamento e regredisce a livello quasi fanciullesco, senza più bugie o inibizioni, Davis si rende conto di non essere stato innamorato di sua moglie e di non averla sposata per reale volontà ("Era facile") pur continuando ad avere flashback su lei e loro anche con frammenti di tenerezza, e che da troppo tempo non fa più niente che gli piace fare veramente. E va oltre: fra le "strane cose" che fa, dopo lo smontaggio compulsivo di oggetti ed elettrodomestici, l'aiuto ad un gruppo di operai demolitori a spaccare pareti e porte ed un cinico messaggio nella segreteria telefonica che allude alla sua vedovanza, Davis passa a distruggere materialmente casa sua proprio per "fare a pezzi il suo matrimonio". Con il quindicenne che assomiglia ad un dodicenne compra mazzuoli e altra strumentazione e fa del piano inferiore della sua abitazione luxury un cumulo di macerie e detriti. Ordina anche una ruspa per provare a buttare giù la casa, ma desiste. Poi sale al piano di sopra in camera da letto e, dopo aver trinciato ben bene il comò stile vintage pieno di ninnoli stucchevoli, scopre un'ecografia: sua moglie era rimasta incinta l'anno precedente, senza avergliene parlato. Qui ha una scossa: si sbarba per bene, si veste come si deve e con l'amica va all'evento con l'assegnazione di tre borse di studio in memoria di sua moglie. Davanti a tutti parla al suocero di questa gestazione evidentemente non portata a termine e di cui non sapeva nulla. I suoceri gli rivelano che lei aveva avuto una relazione extraconiugale e l'avevano accompagnata ad abortire, pur desiderando che non lo facesse.


--- ATTENZIONE, SPOILER!!! QUI FINALE!!! ---
Successivamente, dopo aver incontrato al cimitero l'uomo che li aveva investiti, che era andato là a scusarsi, in auto ritrova un bigliettino della moglie ed ha altri flashback su di lei: rivive il momento prima dell'incidente e rivede altri suoi sorrisi, carezze e abbracci, anche quando lui era assente o distratto. Davis finalmente piange, e non lo dico perché doveva farlo per lei, ma per se stesso: finalmente il cerchio dell'elaborazione del lutto si chiude con l'incontro con il suocero, chiarificatore e rassicurante, in cui ammette di aver avuto delle colpe verso la consorte. E in onore di lei, un ultimo estremo gesto di affetto o forse amore.

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Perché da guardare fino in fondo? Con tutti i film si fa così, è vero, ma questa storia appartiene a quelle in cui inizialmente ci si fa un'idea che poi viene in parte o completamente ribaltata, o in cui all'ultimo si aggiunge il tassello finale che fa vedere con più chiarezza l'insieme delle cose. E il titolo si spiega in un soffio: demolire per poi ricostruire e continuare.

giovedì 7 settembre 2017

Neorealismo apparente nell'amarezza di Dodes'ka den

L'avevo detto quest'inverno, che avrei guardato e recensito "Dodes'ka den".
Io che di Akira Kurosawa conosco poco o niente e persino indirettamente, mi sono fatta incuriosire da questa sua opera della maturità dai toni meno epici rispetto a quelle precedenti, giusto per citare a denti stretti le coordinate stilistiche offertemi da Wikipedia.
  
                                           

Questo film parla infatti delle misere condizioni di alcuni giapponesi in una specie di piccola baraccopoli a ridosso di una sconosciuta città, in un periodo indefinito ma più o meno a discreta distanza temporale dalla guerra, quel tanto che basta a motivare la loro povertà o anche miseria più come un destino che come un furto o un trauma dovuti appunto al secondo grande conflitto o, peggio, al dopo bomba atomica - tema quanto mai attuale in questi giorni... brividi doppi dunque, durante la visione.

"Dodes'ka den" mi ha inizialmente riportato alla mente "Ladri di biciclette" di De Sica, soprattutto nella prima parte, per l'amarezza generale, per la scenografia, per le facce incupite dei protagonisti, ma le differenze abbondano. Intanto questo è un film corale, con varie vicende che si inframezzano, anche se alcune hanno un po' più spazio di altre. Soprattutto, per quel che ci ho capito io, non c'è il vero ingrediente De Sica cioè la cappa di pessimismo cosmico, di ineluttabilità, di condanna un po' verghiana ad essere gli ultimi: qui le varie famiglie vivono ognuna nella propria catapecchia accontentandosi di quanto hanno o riescono a procurarsi, ma senza aspirare ad altro. Solo l'uomo pazzo (con la voce del doppiatore di Michael Douglas!!) che dorme in una carcassa di auto col figlioletto parla continuamente dell'utopico progetto della loro nuova casa, con un'accuratezza di dettagli e osservazioni pari solo alla sua assurdità, cui il bambino risponde rassegnato e malinconico con continui "Si, hai ragione", ma alla resa dei fatti non muove un dito.

                                       

                                        

                                      

                                       

                                     

                                     

La colonna sonora è meno incisiva che per l'opera del grande italiano e inoltre pesano le contrapposizioni foniche: c'è chi parla più o meno a raffica e chi si barrica dietro un mutismo quasi totale. La tragedia, come anche lo stupro, è ovattata da un'aura onirica semiperenne. Non mancano parentesi comiche come le due coppie esuberanti, ma anche filosofiche come l'uomo che prima si vuol suicidare e poi cambia idea non appena lo fanno riflettere a dovere. C'è spazio anche per una piccola grande giustizia con l'allontanamento volontario di un malvagio. Il finale riprende e chiude la vicenda dell'inizio, come a suggerire una ciclicità alla fine rassicurante e digeribile, in cui si può convivere con tutto.

Il cinema orientale, giapponese come cinese o coreano, mi incuriosisce e finora non mi ha mai delusa: non posso che raccomandare questa pellicola.