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venerdì 5 giugno 2015

Da Torino a Berlino, 1100 km in bicicletta - Nicolò ce l'ha fatta!!!

Il giovane tifoso juventino Nicolò De Marchi ce l'ha fatta, percorrendo in bicicletta l'insidiosa distanza di 1100 km tra Torino e Berlino in tempo per la finalissima di Champions League tra appunto il team bianconero, di cui è grande, appassionato tifoso, e la superfavorita Barcellona.
Un'impresa che sprizza entusiasmo e gioia per la conquista da parte della società torinese di una finale che mancava dal 2003, anno in cui venne fermata ai calci di rigore dal Milan a Manchester.
"Quale follia fareste se la Juve dovesse arrivare alla finalissima di Berlino?" era stata la simpatica e provocatoria domanda/concorso avanzata dal team Juve, cui Nicolò aveva risposto "andrei a piedi a Berlino". Ma concretizzatosi il sogno della partitissima con in palio la coppa dalle grandi orecchie, a Nicolò è stato proposto proprio dalla sua squadra del cuore un tour su due ruote, vigilato da una bella Jeep e fornito di strumenti e assistenza. E lui ha accettato. Ha documentato il suo straordinario e appassionante viaggio sui social e ce l'ha fatta, calcando oggi pomeriggio la porta di Brandeburgo!!!

https://instagram.com/demarchi22/

http://www.datasport.it/calcio/champions-league/juventus-barcellona-berlino-a-piedi-nicol%C3%B2-de-marchi-ce-l-ha-fatta.htm

Numerosio i messaggi di solidarietà e congratulazioni a Niccolò per la sua piccola grande impresa, che ha appassionato moltissimo anche me (che pure non tifo per la Vecchia Signora) facendomi sbirciare continuamente sul suo account Instagram e che è stato un simpatico extra in questa vigilia della finale di Berlino.

lunedì 28 luglio 2014

Salento dieci e lode - Sole, mare e un occhio al Dodo

Premessa:
Ventidue giorni invece che nove trascorsi dai miei genitori, piacevoli sotto tanti aspetti, nipotina inclusa, ma sufficienti a vanificare quel poco di fitness  (e pseudo tonicità, sigh sobh gasp) che avevo fatto tra maggio e metà giugno; una tinta Blu Atlantic della La Riche Directions diventata verde scuro, verde chiaro e poi lime (!!!!); un'Italia vergognosa in un Mondiale zeppo di polemiche; tanta voglia di staccare pur avendo lavorato meno ore che per un part time; soprattutto, tanta voglia di mare-sole-spiaggia dopo troppo cemento urbano.

Sono tornata ieri notte da dodici giorni di toda vida a Sant'Isidoro in provincia di Lecce. Una vacanza bellissima in un posto meraviglioso ma semplice e per niente modajolo, che mi ha ricordato il primitivo paesino di mare dei miei 8-10 anni: piccolo e selvaggio, con diverse casette semiabusive ma folkloristiche, strade imperfette e parcheggi di terra e sassi, pochissimi bar e ristoranti semplici ma graziosi, con alimentari-empori anziché negozi trendy, senza sfarzi, senza eccessi, senza lussi inutilmente costosi e ridondanti. Il nostro appartamento, simile ad un trullo per via del soffitto basso e dell'abbondanza di tempera bianca sia dentro che fuori, era a dir poco spartano: cucina economica stile anni '80 con una dotazione di accessori da dopoguerra, camere da letto con armadi traballanti e con un comodino in quattro, bagno con specchio malandato da camionista (truccarsi con cognizione di causa era un'impresa :D), tavolo di plastica in veranda, con 5 sedie ed una sdraio vintage in legno che sembrava cedere da un momento all'altro. Ma al di fuori della veranda, un maxi cortile con alberi da frutto, una pila per i panni, due tenditoi, una doccetta all'aperto con telo paperato, una lavatrice (recentissima, una mosca bianca praticamente :D), un forno a legna ed un angolo barbecue, tutto un po' retrò ma molto ben fatto ed efficiente. La mia dolce metà ed io, assieme ai nostri amici E. e S., lui leccese e lei milanese con nonni meridionali, ci siamo subito ambientati, prendendola con sportività e buonumore, arrangiandoci alla meglio, collaborando ed aiutandoci in tutto e per tutto, comprando l'indispensabile e vivendo alla giornata, tra pomeriggi al sole, tuffi in un mare da cinque stelle, con tanto di nuotate fino all'isoletta lì antistante, pranzetti sulla sabbia, aperitivi, pizziche, cene meravigliose, foto buffe, una sfilata di moda e, quando rientravamo a nanna quasi sempre verso le 3 di notte, un'occhiata a costellazioni e pianeti, con tanto di mappa sullo smartphone.


Tramonto da sogno - Sant'Isidoro di Lecce

Ma che c'entrano i Dodo? Gli uccelli corpulenti, estinti da fine '800, riesumati al grande pubblico dal geniale film di animazione "L'era glaciale"? C'entrano indirettamente: in due settimane di Salento abbiamo più volte sgranato gli occhi per cose e situazioni che altrove non si vedono né vivono, per cui ci aspettavamo solo di incrociare i suddetti gallinacei per fare en plein.
Bancarelle come fiori ai bordi delle strade. Su furgone, apecarro o semplice tavolino, per strada a Sant'Isidoso e dintorni trovate negozi semi improvvisati di frutta, verdura, frutti di mare freschissimi, antichità e piante grasse nella pietra. Mica male.
L'elasticità dei nativi. In quasi tre decadi non mi era mai capitato di andare dal fruttivendolo, chiedere il rosmarino e sentirmi dire, con tono affettuoso da nonno, di andare a coglierlo al cespuglio del giardino di fronte. E solo nel Meridione le persone sono capaci di occupare nel weekend il 95% della sabbia calpestabile di una spiaggetta e aggirarvisi con più disinvoltura di Kate Moss su una passerella.
La gentilezza dei nativi. Eccezione a parte (cameriera che "impone" di non prendere 5 primi diversi), ti danno il meglio al minor costo possibile, ti danno del lei con sorrisi genuini, ti chiamano "signora" e prodigano di cavallerie se sei donna, ti guardano la macchina se la parcheggi piena di bagagli e vai a prendere i panini all'alimentari, non ti mettono mai fretta, sdrammatizzano tutto.
Carte superstar. Troppo bello e familiare vedere tanta gente, anche di tre differenti generazioni nella stessa partita, giocare ripetutamente a briscola, rubamazzo, scopone e tressette al bar come in spiaggia sui tavolini del pranzo. Erano almeno tre lustri che non vedevo scene simili, giuro.
Il "Mein Kampf". Ebbene si, ho trovato una copia (l'ultima rimasta di un lotto di appena sei pezzi, tutti venduti in poche ore a detta del negoziante) del famoso libro di Adolf Hitler in una bancarella di un mercato serale a Porto Cesareo, sul lungomare che precede la statua di Manuela Arcuri. Un'edizione del 1992 senza prefazione né commenti, per appena sei euri. E chi se lo sarebbe fatto scappare??? I miei familiari, tutti drogati di libri e di storia contemporanea come me, non vedono l'ora di leggerlo!
Automobili direttamente dal passato. Sembrava la sfilata storica delle vecchie Fiat: primi modelli di Uno, Tipo, Centoventisei e Duna, ma anche familiari vetuste stracariche di merci, asmatiche nel rumore ma scattanti nelle mosse. Tutte con targhe di città del nord Italia, anche dalla nostra città di provenienza :)
Cani sciolti in spiaggia. Come le vacche sacre in India, a Sant'Isidoro avevamo due cani che facevano una capatina in spiaggia verso le 17, per un bagno e un riposino - tranquillissimi, socievoli, coccolosi....roba che la metà dei bagnanti li avrebbe presi con sè. Uno apparteneva ad una casa lì vicino; l'altro, abbandonato, è sparito il penultimo giorno del nostro soggiorno, probabilmente adottato da qualche anima pia.
Democrazia del ballo. Almeno dove siamo stati noi, quando scattava una pizzica o una tarantella ma anche in una serata in stile scozzese, saltellavano quasi tutti con quasi tutti, dai 5 agli 80 anni. Si buttavano nella mischia molti giovani maschi, evento raro ahimè, ma una nota speciale va ad un paio di settantenni, ben vestiti e profumati, che hanno ballato con due fascinose venticinquenni :)

giovedì 9 gennaio 2014

Il mondo secondo Vanessa - l'affaire Paris

Esordisco dicendo che sabato pomeriggio, all'indomani del mio ritorno da Parigi, mi telefona la compagnia che si era occupata dei bagagli smarriti a Malpensa e mi comunica che alle 19 mi avrebbero portato direttamente a casa il mio trolley, yeeeeeee!!! E ovviamente non mancava niente - semmai mi stupisco che non mi abbiano fatto una colletta solidale :D ! Tutto salvo dunque: dai vestiti ai trucchi, BB Cream inclusa <3, fino agli adorati ricordini e mappe del Louvre!


Ora nelle mie intenzioni c'era quella di riassumere la mia 5giorni parigina con alcuni scatti tra i duecento che ho fatto, ma il mio pc per adesso si rifiuta di pubblicare i miei capolavori, quindi mi limiterò ad una recensione scritta per paragrafi.


Bellezze artistiche e architettoniche. Poche storie, Parigi è praticamente un museo a cielo aperto. Bello il Centre Pompidour, Notre Dame, la Tour Eiffel, la Bastiglia, il Liberty delle fermate della metropolitana, i fregi e le decorazioni di numerosi palazzi, ma una cosa che mi ha mandato in delirio è stato, all'Arco di Trionfo, girarmi verso ovest e vedere in lontananza la Dèfense con la Grande Arche a far da padrone, e poi constatare che dalla parte opposta, a est, al termine degli Champs Elysees e dopo place de la Concorde, ci sono i Jardin des Tuileries e infine il Louvre. Qualcosa come nove chilometri di meraviglie, tutte allineate. Standing ovation per l'urbanista.


Il Louvre. Praticamente è l'equivalente museale della suonata per pianoforte Rach 3. Ovvero un qualcosa di grande e possente, variegato e complesso, che va studiato e gestito con somma attenzione, altrimenti ti seppellisce, ti fa impazzire. Per me il palazzo espositivo più famoso e forse più visitato al mondo è questo e scomodare questo paragone pseudo colto (prendendo in prestito le battute del film "Shine") mi sembrava meno banale che se avessi usato altre parole. Mi ero messa d'accordo in precedenza col mio ragazzo: il 2 gennaio alzataccia, fila al Louvre, biglietti, cappuccino da Starbucks e poi nelle zone Denon e Sully a vedere l'arte egizia, la greca, la romana e la galleria dove c'è la Gioconda, stop. Nient'altro, mica siamo bionici. E così è stato. Poche cose gustate al massimo, per una come me che è laureata in storia dell'arte è stato un sogno a occhi aperti, una cuccagna, un'esperienza che ti fa vedere tutto il resto più piccolo e mediocre. Lucciconi e singhiozzi per i Canova e la Venere di Milo, emozione per Prassitele e i marmi del Partenone, curiosità e stupore per gli incredibili corredi dei faraoni, per non parlare dei sarcofagi iper decorati e intarsiati e di una mummia vera (!!!); amore a profusione per Raffaello, Leonardo, Giotto, Caravaggio, cui hanno "tradotto" il nome, pessimamente e pateticamente. E un pensiero fisso: senza i lavori dei pittori italiani, questa "baracca" vedrebbe dimezzarsi visitatori e introiti; invece noi visitatori eravamo lì a frotte, con in media due orette di fila sulle spalle solo per entrare, ad alternarci pazientemente in tutto: a vedere le opere, a fotografarle, a fotografarcisi accanto, a spostarsi da una sala all'altra, per non parlare delle code per il wc, il guardaroba e il bar, oltre che per la biglietteria. Un secondo pensiero fisso: se noi italiani rimpiangiamo i quadri dei nostri connazionali (che però alla fine è bene che abbiano un simile palcoscenico, battutacce a parte), non oso pensare a quanto si siano mangiati le mani egizi, greci e forse anche turchi (quando nel 1800 lo scozzese Lord Elgin spogliò il Partenone, lo fece col permesso del sultano turco, poiché la penisola ellenica ai tempi era sotto di esso...si sarebbe resa indipendente 27 anni dopo) nel vedere o nel capire cosa gli era stato portato via.


Il contrappasso al ristorante. Come a volte ho sentito dire di prezzi di pranzi e cene gonfiati o addirittura dilatati agli stranieri nelle grandi città artistiche nostrane, così mi sono sentita chiamata in causa per un maligno contrappasso per analogia quando ci hanno trattato poco bene in un paio di ristorantini in zona Centre Pompidour. Niente di stratosferico, per carità, però qualche porcata qua e là l'abbiamo ingoiata: una volta in fondo al conto ci hanno aggiunto l'iva, che là è al 19%, col dubbio che ce l'avessero fatta pagare doppia; un'altra non ci hanno portato l'acqua ma ce l'hanno addebitata, e nel riconteggio successivo ci hanno aumentato di un euro il vino (sigh); un'altra abbiamo pagato 5 euro 33 cl di Evian e 4 un caffè - come da menù, per carità, però ad una coppia francese vicino a noi hanno portato una maxi caraffa di acqua probabilmente gratis. Avrei anche un paio di schifezze da raccontare riguardo il servizio e la fattura dei piatti, ma lascio perdere. Mi perdonino i salutisti, ma per questo preferisco mille volte di più i fast food: almeno so quello che mi danno, il servizio è pressoché neutro  oltre che veloce e i "commessi" non smaniano di arrotondare alterando il conto dei giovani turisti stranieri - e posso prendere un buon panino da 1,95 euro senza sentirmi guardata come una pezzente.


La multirazzialità. Parigi è anche questa: tante persone di tanti colori. E' una banalità, forse, ma non per chi, come me, ha vissuto fino a poco fa in una città con al massimo una ventina di neri o mulatti. Non sto parlando dei venditori di souvenir sotto la Tour, no, ma di famiglie intere di 4-5 persone, tutte con la pelle nera, che vanno a fare la spesa o al museo o all'aeroporto; ragazzine francesi che in metropolitana si dividono segreti e auricolari dell'ipod con coetanee asiatiche; adolescenti dalla carnagione più o meno scura con abbigliamento, trecce e acconciature degne del Queens; tante coppie miste, giovani e adulte, tipo lei bionda platino e lui magrebino o lei mulatta e lui castano cenere con occhi blu. Ogni tanto capitava di vedere neri alti e magri, vestiti da manager con tanto di valigetta e iphone, o ragazze arabe con l'hijab riccamente vestite che uscivano in gruppo da hotel 5 stelle o da auto di lusso piene di pacchetti di negozi famosi, tutte sorridenti e rumorose.


La diversità dei francesi. Sono un po' diversi, lo scrivo sorridendo. Non sono tutti alla moda, ma sono stilosi, specie le donne, non c'è niente da dire. E hanno una disinvoltura tutta loro, sarà il nazionalismo, bah. In particolare ho notato le ragazzine. Solo in Francia e specie a Parigi se ne possono vedere con scarpe e borse in cuoio marron glacé (di quelle che in Italia andavano di moda fino a metà anni '90) o con mini borsettine vintage in pelle e ballerine bassissime che sembrano rompersi da un momento all'altro, portate sopra cappotti anonimi ma azzeccati o giacconi a vento consumati, e tante, quasi tutte con capelli lunghi sciolti e un'aria spesso imbronciata, scontrosa; smalti e rossetti per lo più rossi, un classico; quasi nessun taglio strano, o colori azzardati, sia per le chiome che per i vestiti. Sembrano delle piccole adulte, un po' smorfiose e snob ma bellissime, specie quando sorridono.


Fa freddo ma ci si veste poco. Per questo Parigi mi ha ricordato Londra. Ho visto diverse persone poco coperte, nonostante i 5 gradi (o forse meno, bah) e il vento quasi perenne. Ricordo in particolare una coppia di uomini in bermuda di jeans e infradito che portavano fuori i loro carlini a mezzanotte, ma quanti i ragazzi in camicia e giacchetto a vento e le ragazze, immancabili, in minigonna o shorts con soprabiti spesso aperti e tacchi alti, specie la notte del 31! Alcune avevano delle pelliccette sintetiche, ok, che però non arrivavano a coprire neanche mezzo sedere. Sciarpe e cappelli? Non a San Silvestro, non la sera per locali, giammai. Tutt'al più un foulard sottile come bava di ragno.


La metropolitana come macchina del tempo. Abbiamo camminato come frustoni, ma quando la stanchezza non lasciava scampo, trovare una stazione della metro e studiare un tragitto per andare nel posto X o in albergo era come trovare l'oro, specie col freddo o con la pioggia. E così, quasi magicamente, ci trovavamo trasportati da un punto all'altro della capitale francese in pochi minuti, anche facendo due cambi di treno, mentre magari il primo giorno già farne uno sembrava chissà quale intoppo, quale complicazione. E girare per quei corridoi, facendo attenzione a barboni e mendicanti e ogni volta gustandosi l'incredibile selva umana parigina, tra manifesti di mostre, spettacoli teatrali e alcolici (bellissimi i bicchieri del Ballantines con "isola" centrale), era un avvincente divertimento.